L’abuso nell’infanzia è un trauma che non si limita al momento in cui avviene; è un evento sismico che altera le fondamenta stesse su cui una bambina costruisce l’idea di sé, dell’amore e della sicurezza. Quando quella bambina diventa donna, le crepe in quelle fondamenta si manifestano spesso attraverso una dolorosa attrazione per relazioni tossiche e una profonda incapacità di amarsi.
La bimba vive il tradimento del corpo poiché il corpo è il confine tra sé e il mondo. L’abuso viola questo confine, insegnandole precocemente che il suo corpo non le appartiene o che è un oggetto per il piacere altrui.
Crescendo, questa donna può sviluppare una dissociazione: si separa dalle proprie sensazioni fisiche per non sentire il dolore. Senza il contatto con il proprio “sentire”, diventa difficile avvertire i segnali di pericolo (i famosi “campanelli d’allarme”) quando incontra un partner manipolatore o violento.
Se l’abuso è avvenuto in ambito familiare o da parte di figure di riferimento, la bambina impara un’equazione terribile: Amore = Abuso.
In psicologia, questo si riflette nell’attaccamento disorganizzato. Da adulta, questa donna cercherà inconsciamente ciò che le è familiare.
Una relazione sana e rispettosa potrebbe sembrarle “noiosa” o addirittura spaventosa, perché non conosce i codici della tenerezza senza doppio fine. Al contrario, l’instabilità e il conflitto di una relazione sbagliata la fanno sentire “a casa”, replicando l’unico schema relazionale che ha conosciuto.
Uno dei meccanismi di difesa più comuni nei bambini è prendersi la colpa dell’abuso: “Mi succede questo perché sono cattiva”. Questo accade perché per un bambino è meno terrificante pensare di essere cattivo (qualcosa che può provare a cambiare) piuttosto che accettare che l’adulto che dovrebbe proteggerlo sia un mostro (una realtà senza via d’uscita).
Questo senso di colpa tossico si cristallizza in un’identità adulta caratterizzata da un basso senso di meritocrazia:
* “Non merito di meglio.”
* “Sono fortunata che qualcuno mi voglia, anche se mi tratta male.”
* “È compito mio aggiustare l’altro per essere amata.”
Molte donne sopravvissute a traumi infantili scelgono partner problematici nel tentativo inconscio di “salvarli”.
Questo meccanismo è chiamato coazione a ripetere: si mette in scena lo stesso dramma del passato sperando, questa volta, in un finale diverso. Salvando il partner, la donna cerca simbolicamente di salvare la bambina che è stata, ma finisce solo per svuotare le proprie riserve di energia in un pozzo senza fondo.
Per queste donne, “guarire” significa elaborare e superare il trauma tornando a quelle radici ferite e:
* Validare il dolore: Riconoscere che ciò che è accaduto non è stata colpa loro.
* Ricostruire i confini: Imparare che “No” è una frase completa e che hanno il diritto di proteggere il proprio spazio emotivo e fisico.
* L’Autocompassione: Sostituire la voce critica interiore con una voce materna e protettiva.
“Guarire” non significa dimenticare, ma integrare quella ferita affinché smetta di guidare il timone delle scelte relazionali.
Una donna che impara a onorare la propria storia smette di accontentarsi delle briciole e inizia finalmente a volare.
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Dott.ssa Alessandra Bentivogli Tel. 320 0686822